LA PREMIATA RUBRICA “PICCHIADURO PER BRUNO, #PICCHIABRUNO PER TUTTI” PRESENTA: BATTLE CIRCUIT
Altro titolo scoperto grazie al listone di RacketBoy (http://bit.ly/1C3C6r7) ha la peculiarità di essere stato l’ultimo picchiascorri da sala di Capcom, uscito nelle migliori sale giochi di Caracas nel 1997.
Ora, se seguite un po’ queste robe che scrivo sui picchiaduro, saprete che ho un rapporto un po’ di amore/odio con i picchiascorri Capcom: gli do la colpa di aver semplificato troppo le meccaniche del genere, portando ad una sequela di cloni che si sono accontentati di ripetere all’infinito la liturgia del 3-hit-combo e pedalare.
IN FONDO UNA PARTITA NON GLIELA SI NEGA MAI
Devo però ammettere che la partitina a Final Fight me la faccio sempre volentieri (http://bit.ly/Xd2L3c) e anche altri titoli della “serie” (The Punisher, Cadillacs and Dinosaurs) non mi sono mai spiaciuti, per quanto non si discostassero troppo dal modello originale a livello di meccaniche.
E invece questo Battle Circuit, per quanto presenti indubbiamente la versione più evoluta del combat system inaugurato da Final Fight, a cui aggiunge varie mosse speciali, la possibilità di correre, e un bonus temporaneo che aumenta una caratteristica del personaggio (forza, velocità, etc) a seconda del personaggio stesso…
…e invece questo Battle Circuit mi ha lasciato sostanzialmente freddo e indifferente. A questo punto viene da chiedersi, se le meccaniche sono sempre quelle, anzi pure meglio, cos’è che non va?
L’estetica.
L’IMPORTANZA DELL’ESTETICA IN UN PICCHIASCORRI
Una cosa è farsi il giro panoramico di Metro City e dei suoi palazzi con le finestre rotte, prendendo tutti a pestoni per salvare la fidanzatina rapita. Una cosa è impersonare il Punitore o il suo degno compare Nick Fury e pestare criminali di piccolo e grande cabotaggio per fare piazza pulita nel degrado urbano.
Altra cosa è, invece, impersonare un dandy col sorriso sulle labbra che gira lo spazio per riscuotere delle taglie intergalattiche. Non funziona, non ha lo stesso appeal.
Alla fine Capcom ha semplificato in maniera brutale le meccaniche del genere, creando un modello in base al quale poter “raccontare” qualsiasi tipo di “storia”, spaziando dai tuguri cittadini alle lande fantasy di Shadow over Mystara al nonsense di Captain Commando.
MOSCIO, MA VITALE
Il mio problema sta proprio nei setting “nonsense”, perché mi dispiace, ma in un picchiascorri voglio le ossa rotte… Captain Commando era abbastanza al limite, ma questo Battle Circuit proprio meh.
C’è da dire che il gioco prevede fino a quattro giocatori in simultanea e, in quel caso, penso proprio che ci sia da divertirsi: se riuscite a recuperare qualche compagno di sventura, dategli una chance.
La feature distintiva del gioco è che si possono recuperare crediti da spendere poi per potenziare il proprio personaggio, ma di nuovo: se mi fai impersonare un pupazzo, non avrò nessun interesse, nessun attaccamento, niente, zero proprio.
LA MORALE È SEMPRE QUELLA…
Questo amisci ci insegna che come sostengono i narratologi (credo) alla #MITICODAVIDE (suppongo) non bastano delle meccaniche divertenti e “tight” a fare un gioco, ma ci vuole anche un contorno adeguato che spinga ad agirle, quelle meccaniche, specie se se n’approfittano dal lato della semplicità.
Il verdetto? Non tenetelo come prima scelta, ma se vi capita qualche seratona super retrogaming potrebbe essere un buon diversivo rispetto al solito Turtles in quattro.
Four player full playthrough of Battle Circuit for the arcade. N-Zo playing as Pink Ostrich, DaPat1920 playing as Captain Silver, Savian playing as Cyber Blu…
#Brunodinoi facce na twitchata!