Molti giovani uomini starebbero rinunciando a trovare un lavoro decente e si rifugiano nei videogiochi

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Ne parlammo qualche tempo fa. Devo dire che dal canto mio ho conosciuto molti ragazzi che purtroppo fungono da esempio a questa tesi.

Stando all’Economist i videogiochi stanno bloccando la crescita di molti giovani uomini

multiplayer.it
Non riuscendo a trovare lavoro molti si rifugiano nei mondi virtuali; potrebbe essere l’inizio di un cambiamento epocale. Fa discutere un articolo dell’Economist, scritto da Ryan Avent, in cui si …

Se il riassunto di m.it è giusto, effettivamente droghe leggere e alcool sono molto meglio per superare la merda che tira la vita

in realtà appunto ‘sta cosa è uscita un bel po’ di tempo fa, addirittura a ottobre, ne parlammo già nella puntata #FP213 (http://bit.ly/2e5WxwA), a partire da un post di GamesIndustry.biz (http://bit.ly/2mPpKQJ) che citava a sua volta il Washington Post, che citava a sua volta una ricerca di alcune università USA

il post dell’Economist cmq è uscito ora, si vede che è una roba che hanno ripreso solo adesso

cmq uno dei punti più interessanti secondo me, che ripresi anche in un altro post (http://bit.ly/2n4XVWC) è che i videogiochi offrono dei risultati molto più tangibili e concreti rispetto al lavoro medio

se io passo 1.000 ore a COD alla fine ho tutte le mie belle medagline e medagliette, invece col lavoro di solito funziona che tu intanto ti fai il culo per 1.000 ore, e poi i risultati boh forse chissà

cmq il tema rimane interessante e sicuramente mi leggerò l’articolo originale dell’economist per vedere che dice (y)

Si, ricordavo che se ne parlò tempo addietro, ma non ricordavo la puntata esatta. Concordo con Bruno, inoltre aggiungo che i videogiochi sono giusti perché eliminano le sperequazioni di genere, origini o risorse: se sei più bravo e ti impegni di più riesci, cosa non necessariamente vera nella vita. Ovviamente se si escludono f2p o roba simile dove pagare garantisce il successo. Al netto di questo però la mia paura è che tanti coetanei, come ho visto fare, si arrendano alle prime difficoltà in un mondo lavorativo sempre più competitivo. Se qualche volta ne avessi occasione avrei il piacere di parlarvi anche della mia esperienza. 🙂

dai dai prossima puntata!

Fosse un mondo meno competitivo…

Gratificazione immediata e costante dei videogiochi VS gavetta spesso umiliante e fine a sé stessa dei lavori temporanei e mal pagati.

Uno scontro impari.

Lo capisco, ma il rischio è quello di scappare via alle prime difficoltà. Io personalmente ho impiegato due anni prima di sentirmi professionalmente appagato.

Di che anno sei tu?
Perché questo discorso va tranquilllamente a braccetto con quello sui millenials vittime delle dinamiche social(i) del tutto subito e super appagante.

Esatto. Lo penso anche io. Io sono dell’88, quindi penso di essere in target. E ti dico di aver affrontato molti di quei problemi, in particolare l’impatto tra l’idea che avevo di me ed il mondo esterno, cosa che in un primo momento ha minato la mia autostima.

Vabbè ma anche i con i Social succede più o meno la stessa cosa. Non è una colpa dello medium in sè quanto della sua inquadratura in una sistema sociale più complesso.

I videogiochi dovrebbero essere uno sfogo delle frustrazioni non il loro sostituto.

Io ho la stessa età di Giuseppe e lavoro in un settore in cui indipendentemente da età, curriculum e impegno il cetriolo spaziale può arrivare in qualunque momento e l’appagamento professionale spesso è un miraggio. È anche questione di quale lavoro fai e che tipo di persone orbita in quel settore. Al momento sono abbastanza fortunato in questo senso ma per tanto tempo non è stato così

Sicuramente la trasformazione delle dinamiche lavorative, della percezione del lavoro in generale ha distrutto la base portante di tutto un progetto di vita per le generazioni attuali.

comunque per trattare questi argomenti ci vorrebbe lui

Simone sei in collegamento?

Come sempre sono strano; afflitto da un senso di fallimento continuo (che tutto sommato, non se n’è andato), pur essendo videogiocatore non ho mai trovato consolazione lì: al massimo, anzi, la voglia di giocare mi passava

mannaggia!

considerando che mi trovo nella situazione del Bonzo da circa 25 anni, magari non ho mai cercato una forma di consolazione ma solo di distrazione e di “fuga” . Non intesa come ignorare la realtà e pensare ad altro ma solo per staccare un pochino in modo da riprendere la lotta quotidiana vs se stessi.

Per dire, a suo tempo ho pure avuto la compulsione con Diablo II, che non era neanche da achievement, era proprio ipnosi da ripetitività: qualche mese e poi, accortomi della sua natura compulsiva, l’ho mollato schifato

Il problema è che per una persona realizzata nel lavoro (che poi è una cosa soggettiva) ce ne sono altre 10 con l’acqua alla gola. Tuttavia forse il videogioco è l’unica forma di intrattenimento che ti porta a desiderare dei soldi fin in giovane età, io come tanti altri abbiamo fatto i famosi “lavoretti estivi” giusto per comprarci una console, perché a meno di non essere ricco con il cazz che i genitori sborsavano 300mila/600mila lire per delle console. Quindi in un certo senso ci hanno anche aiutato a gestire le finanze e a impegnarci per ottenere qualcosa, seppur di puro svago.

Mha, mi pare un caso di “confondere causa con effetto” tipo quando si diceva che i vg rendono asociali

ho letto l’articolo originale ed è molto sfaccettato, presenta molti esempi di “gamer adulti” che toccano diverse possibilità, da chi ci si è rifugiato per fallimenti personali e lavorativi, a chi se la gestisce tutto sommato bene, a chi sta comodo a casa dei suoi a 30 anni a fare lavoretti e a videogiocare, ma si chiede se a 50 sarà così contento delle sue scelte

molto interessante comunque la parte estrapolata dalla ricerca originale degli economisti che hanno dato vita all’articolo (e anche all’articolo che trattammo noi a ottobre)

in breve questi economisti (poi non so se è una definizione universale, Aurelio aiutami) definiscono come “lusso” ciò che viene acquistato in proporzioni sempre maggiori man mano che aumentano i propri mezzi: man mano che si diventa ricchi, in percentuale si spende sempre meno per le necessità di base, e sempre di più per il “lusso”, quindi tecnicamente il “lusso” è ciò che aumenta in percentuale di spesa all’aumentare della ricchezza

la novità della ricerca è che hanno coniato il concetto di “tempo libero di lusso” (leisure luxury), ovvero: il tempo libero è quello che non si spende a lavorare, e più se ne ha, più riduce in percentuale il tempo speso in robe necessarie (lavarsi, mangiare, etc), più aumenta quello speso in robe “di lusso” come i videogiochi

proprio come avviene per i beni materiali insomma, il “lusso” è ciò che aumenta in percentuale man mano che aumenta la risorsa di base (in questo caso il tempo)

sono stati individuati quindi due tipi di persone: quelli che si sfondano di lavoro per accumulare i soldi necessari per acquisire lussi materiali e/o brevi ma intensi, e quelli che invece preferiscono accumulare il tempo (a discapito del lavoro) per sfondarsi di lussi “temporali” quali ad esempio le ore infinite passate sui videogiochi

in altre parole, c’è chi preferisce lavorare duro per potersi poi permettere la ferrari (che guiderà poco e niente visto che la maggior parte del tempo della sua vita dovrà passarla a lavorare) e chi invece arriva a un punto tale per cui un’ora di lavoro (che magari non gli permetterà mai di comprarsi una ferrari) comincia a valere meno di un’ora di tempo libero

alla fine a vederla da questo punto di vista i videogiocatori disoccupati (o sottoccupati) non sono così dissimili da chi decide di mollare tutto e aprirsi il baretto in thailandia… nel bene e nel male

ecco il tizio da cui è nato tutto che parla dell’argomento, non si capisce molto ma per fortuna si possono attivare i sub in inglese: https://www.youtube.com/watch?v=oJW1OBbJEJI

Have video games and other technology raised the value of leisure so much that they’re depressing the labor supply among young men? Chicago Booth’s Erik Hurs…

Sicuramente al giorno d’oggi il tempo è un lusso che si può voler pagare tanto quanto altri più “classici” sfizi.

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