LE RECENSIONI A CARTONI DI FREE PLAYING PRESENTANO: BoJack Horseman
Ieri, dopo essermi finito di angosciare l’esistenza con The Newsroom (no bugia alla fine m’è piaciuto molto, troppo liberal e troppe pugnette romantiche però bello: http://bit.ly/1z9wEDL) e dopo essermi rifatto la bocca del suo saporaccio di comunismo con The Last Stand (di cui magari riparlerò meglio in seguito) ho deciso di dedicarmi a qualcosa di più leggero, e così ho provato questo BoJack Horseman, serie a cartoni animati che da qualche tempo mi faceva l’occhiolino dalla homepage di Netflix.
Il protagonista è l’omonimo BoJack Horseman, star di una sitcom anni ’90 ormai caduto nel semi-anonimato, ma che continua a passarsela bene grazie ai soldi fatti durante nove anni di vicissitudini familiari raccontate sul piccolo schermo.
EHI JOEY CHE FACCIA LUNGA CHE HAI
Se a livello economico non ha preoccupazioni, a livello esistenziale BoJack è rimasto solo e senza relazioni significative, eccetto la sua agente/amante, un ragazzino strafattone che s’è stabilito in pianta stabile a casa sua senza apparenti motivazioni, e una sequela di sveltine da una botta e via punteggiate da alcool e droghe.
Il tutto somiglia molto al personaggio di Matt LeBlanc in Episodes (http://bit.ly/1CrEF68) eccetto che BoJack è un cartone animato, e in più è un cavallo antropomorfo (nella serie animali antropomorfi ed esseri umani convivono come nulla fosse, un po’ come in Family Guy e company), e si ride un botto (a differenza delle risatine a denti stretti di Episodes), ma si toccano anche baratri di depressione abbastanza angosciosi (molto più che in Episodes).
Non partivo con chissà quali aspettative per questa serie, eccetto che con un “dai, sono 20 minuti e rotti a puntata, magari è carino”, e ho finito per papparmi tutti i 12 episodi (più lo special natalizio) tra ieri e oggi.
TI ACCHIAPPA E NON TI MOLLA PIÙ
All’inizio pare una robetta leggera leggera, ma scritta benissimo e con battute e situazioni che fanno davvero ribaltare dalla sedia, mischiando sapientemente sia l’umorismo slapstick (con quest’ultimo che spesso si appoggia sull’uso estremo che la serie fa degli animali antropomorfi) che la critica ai media, che la costruzione degli intrecci tra i vari protagonisti.
Poi però piano piano ci si comincia ad accorgere che c’è anche qualche ambizione che vada oltre la semplice sequela di siparietti comici: i vari episodi hanno una certa continuity tra di loro (cosa probabilmente favorita dal fatto che, essendo una produzione Netflix, sono stati pensati e rilasciati in blocco), e piano piano comincia a emergere il tema portante della serie, ovvero il tentativo, da parte del protagonista, di ridare un senso alla sua vita, 20 anni dopo i giorni del successo.
Piano piano, a partire da metà serie circa in poi, cominciano a far capolino delle tematiche depressive piuttosto pesanti (ma che regalano anche una bella canzone alla fine del settimo episodio: http://bit.ly/1yUIShZ).
LA COMMEDIA ALL’ITALIANA, UN PO’ DOLCE UN PO’ AMARA
Le battute e le risate continuano, eccetto che per le ultime due puntate, un vero e proprio trip in acido la penultima, e un malinconico “che fine hanno fatto” l’ultima.
Credo che si possa parlare, come fece Recchioni all’epoca di non ricordo quale libro di Zerocalcare (credo il secondo), di un umorismo usato per far abbassare le difese dello spettatore, e per rifilargli dei bei cazzottoni nello stomaco quando ormai è troppo affezionato alla storia e ai personaggi per guardare dall’altra parte.
Anche se comunque si continua a ridere, fino alla fine, e anche nello special natalizio, pur se con amarezza.
Senza aggiungere altro mi limito a dire che è stata davvero una bella scoperta, e che consiglio questa serie a tutti e senza riserve.
BoJack Horseman Theme by Patrick Carney of The Black Keys featuring Ralph Carney. Meet the most beloved sitcom horse of the 90s… 20 years later. Starring W…
volevo parlarne in un prossimo EC!