La scena indie giapponese continua a rimanere, dopo tanti anni, un oggetto ancora avvolto da un certo mistero, per cui un documentario in più ad essa dedicato (di cui già s’era accenato in passato: http://bit.ly/29DyU0L) non può che essere un bene.
Branching Paths è uscito oggi, è disponibile a 10 euri su Steam (http://bit.ly/2a9MzqQ), e secondo IndieGames merita la visione.
Pensavo di aspettare per comprarmelo ma in fondo che caz, crepi l’avarizia! Poi quando me lo vedo vi faccio sapere com’è.
IndieGames.com Follow Branching Paths On A Journey Through Japan’s Indie Game Scene
ubm.io
Friday, Jul 29, 2016
Prima o poi voglio recuperarlo anche io
Aspettiamo il SEAL OF APPROVAL oppure… NO!
per ora ne ho visto una mezz’oretta e i giapponesi sono bellissimi, tutti pieni di speranze sogni entusiasmi, nessun drama nessuno che se la tira, manco quelli che hanno avuto successo, poi vedi la scena occidentale ed è tutta un drama infinito, certo poi magari un documentario mostra sempre la realtà in maniera un po’ filtrata
E ma se non sei hipster non vai da nessuna parte
Seguo
Allora ho finito di vedere adesso il film e non posso negare di esserne rimasto un po’ deluso. Il problema è che presenta la versione occidentalizzata della scena indie giapponese: si vedono un sacco di developer occidentali che vivono lì, un sacco di meetup organizzati da developer occidentali, l’evento più esposto è il Bit.Summit (che è organizzato da occidentali) e così via.
Si può fare un documentario sulla scena indie giapponese senza accennare manco una volta (a meno che non mi sia sfuggito) al Comiket? Evidentemente si può se si considerano i giochi doujin una roba non-indie e se si considerano indie solo le produzioni che rispettano i canoni occidentali che evidentemente si sta cercando di imporre alla scena giapponese.
C’è anche uno spiegone a un certo punto in cui viene chiarito che gli indie sono quelli che vogliono fare i soldi e camparci, mentre i doujin sono quelli che vengono fatti tanto per hobby e vabbè.
Per cui insomma delusione perché mi aspettavo di vedere chicche sconosciute, o quantomeno una maggior esposizione di indie giapponesi “veri” come il creatore di Ether Vapor ed Astebreed (che ha solo un piccolo spazio) o altri tipo Kenta Cho o il creatore del mio amato REVOLVER360 e così via.
E invece no, a parte qualche sprazzo qui e là vediamo la versione giapponese degli indie americani, che evidentemente da qualche tempo si sta cercando di coltivare in loco tra eventi meetup fiere e promozioni, non che sia un male eh, ma liquidare tutta la scena doujin e la sua storia come se non fosse mai esistita, meh.
E certo comunque agli indie giapponesi manca (ancora?) tutto il drama degli indie occidentali, per cui la visione comunque è in un certo senso rinfrescante rispetto a Phil Fish che voleva ammazzare tutti in Indie Game: The Movie.
Tra l’altro a partire più o meno da metà film viene seguita la storia del creatore di Downwell (che manco sapevo fosse giapponese), con relativi inizi, poi il contatto con Devolver, e poi il successo, bella per lui che se lo merita e che studia(va?) canto classico all’università. E che ha iniziato a creare giochi dopo aver letto un post di Rami Ismail su Gamasutra (ti pareva che non saltava fuori).
Si parla molto anche di Kickstarter (altro aspetto neocolonialista?) e si vedono anche Nigoro, Koji Igarashi, e soprattutto Keiji Inafune pre-meltdown di Mighty No. 9 (il documentario è ambientato tra 2014 e inizio 2015). Vedere Inafune ancora carico di meraviglia fa un po’ strano col senno di poi.
C’è poi un sacco di parlare di “devi credere nei tuoi sogni” “l’importante è fare quello che ti piace anche se sei povero” “qua in Giappone tutti ti dicono che devi avere un lavoro vero ma è meglio fare l’indie” che onestamente mi mette un po’ di ansia che questo documentario non possa portare magari qualche giapponese a inguaiarsi economicamente per “devo seguire i miei sogni” esattamente come prima ha fatto (credo) Indie Game: The Movie qua in occidente.
Dico questo perché i sottotitoli sono solo in inglese e in giapponese, e in effetti se dal punto di vista di un occidentale questo documentario può essere uno sguardo alla scena indie giapponese, per un giapponese può essere benissimo una promo che dica “ehi amico giapponese sai che esiste questa cosa fighissima che si chiama indie gaming e che anche tu potresti farne parte?”, grazie anche ai numerosi interventi di developer occidentali che da ‘sto punto di vista potrebbero proprio essere visti come delle “teste di ponte”.
Tra l’altro con i sub in inglese le parti parlate in inglese non sono subbate per cui se non conoscete la lingua tenetelo presente.
In definitiva non è così terribile e alla fine è sempre piacere vedere questi giapponesi pieni di sogni e speranze, ma il puzzo di neocolonialismo reaganiano m’ha un po’ rovinato la festa, e spero che sia solo una mia impressione perché se è stato fatto apposta di far diventare questo documentario uno spottone per l’Occidente, allora meh proprio.